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Amarcord e altro…

E’ vero che il modo di socializzare, ovverosia di vedersi e scambiare le classiche quattro chiacchiere a Colledimezzo è cambiato. Abbiamo avuto ancora una volta l’occasione di constatarlo nella giornata trascorsa come ospiti dell’ormai mitico Vincenzo Fascilitto, o ‘Facilitto’ come dice l’arco in ferro battuto che caratterizza l’accesso alla sua tenuta a l’ Pranchiun’ : Villa Facilitto. Era il primo di Maggio.

Più di qualcuno tra noi presenti non si vedeva da settimane, o meglio: ci si era visti di sfuggita: un saluto frettoloso in macchina mentre si va a lavorare. Spesso succede persino che ci si veda fuori, magari a Lanciano, in un ipermercato, mentre si fa la spesa. Soffermandosi per un minuto a parlare, sempre divorati dalla fretta, ci si rende conto che pur abitando in un paese come il nostro, di circa seicento abitanti, non ci si vede per tanto tempo.

Tante cose sono cambiate rispetto a quando molti di voi residenti all’estero siete partiti. Si era, allora, in un mondo ancora immerso nelle abitudini contadine, proprie di quella civiltà che era caratterizzata dell’incontro fisico, dalla comunicazione diretta. Il mondo - il mondo di allora - aveva ancora connotati ‘umani’: per ‘umanità’ vorrei intendere ‘calore’, il calore che prima si esprimeva in rispetto per gli anziani, per i parenti, per il vicino di casa: una solidarietà che spesso caratterizzava – in genere - gli abitanti di uno stesso quartiere. Le porte aperte, d’estate: si scambiavano i prodotti per la cucina: mancava il sale, lo zucchero, la conserva: niente paura, si andava dal vicino: porte aperte per accogliere chi aveva bisogno. Si udivano le famiglie che pranzavano o cenavano, il suono rassicurante e ‘pieno’ delle posate sui piatti, una sedia smossa, la voce dell’anziano e del ragazzino che stavano (allora) a stretto contatto, e il rispetto per l’anziano creava nell’animo del ragazzino il rispetto in senso generale. E mentre si cenava si parlava. Erano le nostre voci a parlare, le voci delle persone, e non quelle che ci arrivano da un elettrodomestico quale è la televisione: questo oggetto che ci ipnotizza, che ci toglie dalla vita reale, dagli altri, dal dialogo, dal nostro parlare, dall’essere noi stessi fonte di riflessione e di parola: la televisione, con i suoi due fratelli minori (in quanto nati dopo): il computer e il cellulare.
Non voglio sicuramente dare l’impressione patetica dell’inguaribile nostalgico che rimpiange un mondo che non c’e’ più, e in cui noi, oggi, non potremmo più vivere: in quanto mancherebbero questi tre decisivi e irrinunciabili elementi.
Chi scrive ( e lo sta facendo con un computer) sa bene che la televisione, il computer e il cellulare hanno cambiato il nostro modo di vivere. Non vi è certo il bisogno di dirvi come. Ma ciò che vorrei mettere in evidenza è che questo cambiamento ha – per l’appunto – cambiato anche il nostro modo di rapportarci. Si parla, si socializza, ci si ‘incontra’, insomma si vive attraverso questa nuova, moderna, irrinunciabile, ipnotica trinità. Ciò che ha definitivamente fatto sì che gli anni Settanta, quelli interamente senza cellulare e computer, siano ormai un’età e un’epoca lontana e perduta.

Se allora i telegiornali, anzi, Il Telegiornale, ci mostrava per un momento i carri armati americani in Vietnam, o il tempo di una partita di calcio eravamo noi a immaginare il resto, col nostro pensiero e la nostra fantasia, parlandone in piazza o a casa. Ora i mille TG ci bombardano a tutte le ore con i loro monotoni ‘bollettini’ di guerra: che per guerra s’intende non solo le guerre che si combattono gli eserciti, ma anche quelle ‘civili’: violenze, stupri, assassinii, morbosità varie, e raggiri, truffe e furti. E trasmissioni ‘connesse’, che non sono altro che telegiornali approfonditi (?) ci mostrano i particolari più agghiaccianti e più morbosi di una notizia già di per sé tremenda. Ormai solo le morbosità e le crudeltà attirano i telespettatori: i direttori di rete, i creatori di palinsesti televisivi questo lo sanno bene. Loro devono tener conto degli indici di ascolto e non badano certo al ‘come’ attirare e ipnotizzare i teledipendenti, che spesso sono i nostri bambini!
L’importante – per questa gente - è che lo sponsor della pubblicità, visti gli indici d’ascolto alti, paghi milioni di euro per dieci secondi di spot.

Ariemm’ a nieuw… A proposto: la scuola a Colledimezzo sta per concludere il suo anno e presto vi saranno le consuete recite e drammatizzazioni dei nostri bambini. Giusto rimanendo in tema di ‘Amarcord’ (Amarcord è il titolo di un film di Federico Fellini e significa ‘Mi ricordo’) vorrei ringraziare Donato Di Lello, nostro compaesano residente ad Atessa, il quale mi ha spedito una bella foto delle elementari della classe 1957 (se non vado errato) Era una classe solo maschile, in quanto le classi numerose allora venivano divise in ‘maschile’ e ‘femminile’. Potete ammirarla sul contenitore ‘Photo 2008’.Qualcuno si riconoscerà senza’altro!
Grazie, Donato.
A questo proposito invito chiunque desideri mostrare sul nostro sito una foto particolare, meglio se di gruppo, alla mio indirizzo di posta elettronica camillocarrea@virgilio.it , oppure al comune stesso comunedicolledimezzo@tin.it

Sul versante amministrativo vi sono importanti novità: innanzitutto l‘imminente sistemazione della curva e il restauro della nostra piazza. In concomitanza con questi lavori partirà anche la ristrutturazione del lavatoio pubblico - la faund’ che z’arrav’ l’ pienn’-, del locale adiacente, in cui cercheremo di creare un museo della Civiltà contadina: ovverosia un locale ove saranno esposti al pubblico gli utensili, e in generale tutti gli oggetti che fanno parte di un mondo ormai scomparso. Oggetti di cui si è persa la memoria, oramai sconosciuti ai nostri giovani, i quali potranno farsi un’idea dell’epoca dei padri e dei nonni.
Nell’ambito di questi lavori sarà eseguita la pavimentazione di vico Marisa di Nardo.

Crediamo che venire incontro alle esigenze dei cittadini, di tutti i cittadini, sia il dovere primario di un’amministrazione. La nostra sta cercando in tutti i modi di farlo. E senza falsa modestia ci piace pensare che nonostante tanti sacrifici (i famosi tagli statali ai comuni) ci stiamo riuscendo.
A questo proposito, e tornando per un attimo alla piazza, come sapete così importante per il nostro paese e per la sua immagine (quindi la nostra) - visto il quotidiano passaggio di centinaia di vetture – essa vedrà sorgere il più presto possibile, nei locali del municipio stesso, un circolo ricreativo aperto al pubblico.

Prima di salutarvi vorrei raccontarvi che giorni fa ero uscito in bicicletta con alcuni amici. Una bella giornata di Maggio, calda e chiara. Era un pò che pedalavamo quando siamo stati sorpassati improvvisamente da un Ciclista. Egli pedalava veloce, la maglia color arancio, i calzoncini neri, le ginocchia un pò larghe. Non era giovane, doveva essere anziano, ma non molto… Però a giudicare da come pedalava era govane. Ci era passato avanti a sorpresa, non avevamo fatto in tempo a riconoscerlo, però eravamo tutti convinti – chissà perché – di conoscerlo.
Anzi, aveva un’aria familiare…
Cosicché ci siamo messi a pedalare forte per poterlo raggiungere. Abbiamo percorso un paio di chilometri a andatura sostenuta, ma il Ciclista era sempre lì davanti, a un centinaio di metri da noi. Non riuscivamo a riguadagnare il distacco!
Poi d’un tratto è avvenuto qualcosa di strano. La strada è diventata del colore del cielo. Eravamo come su un enorme ponte e giù si vedevano la terra e le case, le strade, i boschi i fiumi e i mari.
Andavamo sempre più su, in salita, e sotto di noi vi era solo un azzurro sterminato, ora…
E lui, il Ciclista era sempre lì, davanti a noi, che pedalava senza fatica.
Di tanto in tanto si voltava e sorrideva.
Andavamo sempre più su, sopra quella strada azzurra e lucente, quando da lontano abbiamo visto un immenso meraviglioso arcobaleno.
Una sorta di Arrivo…
Eravamo esausti, non avevamo più forze.
Ci fermammo e ammirammo l’arcobaleno sconfinato, che aveva colori vivissimi.
Il Ciclista si era fermato, lui pure.
Era sceso dalla bici e ora stava in piedi a poca distanza da noi, sotto l’arcobaleno, che in quel momento sfavillò, quasi abbagliandoci.
Il Ciclista ci guardò, con un sorriso.
Sentimmo una voce:
‘Arcurdait’m à cuscì… ricordatemi così, disse la voce.
Fece un cenno di saluto con la mano, quindi salì di nuovo sulla bicicletta e attraversò l’arcobaleno….

Un caro saluto a tutti.


Camillo Carrea