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S. Biagio. Una tradizione che continua, nonostante…

Già dal pomeriggio del giorno prima si avvertiva l’atmosfera di S.Biagio, e forse anche da prima. Per noi ragazzini era la Festa per eccellenza, forse più importante del Natale o delle feste di agosto.
Il giorno prima i venditori venivano a segnare il posto ove collocarsi.
Una spranga, un telone avvolto, un pezzo di legno erano i ‘segni’…
Poi, la notte era tutto un tramestio, camion sferraglianti che arrivavano la sera e i venditori che dormivano entro le vetture, all’addiaccio, incuranti del freddo.
E la tanto attesa mattina della festa noi ragazzini, dopo aver dormito poco per ‘l’ansia’, ci si svegliava prestissimo, perché la festa era già cominciata e le bancarelle già tutte montate.
Tra non molto i venditori avrebbero iniziato a imbonire la folla che di buon mattino era già consistente. E già la gente faceva la fila al forno (ovviamente chi scrive ricorda bene, con senso di colpa, per aver messo fine in anticipo a questa tradizione… ) per le ‘pan’ttail’ , che M’nceanz’ lu furn’r aveva gia cominciato a fare già da due giorni prima. Si arrivava a oltre un migliaio, alla fine. E tutti a poi a portarli a benedire a don Palmino. E si ungeva la gola con l’olio di S. Biagio, taumaturgo della gola. E fino a sera, la gente andava a ungersi…
Intanto già dall’aurora, i venditori di animali ‘l’ crapinear’ ( i venditori di capre), l’ porchear (i venditori di suini, ovviamente di Carpineto Sinello) si sarebbero schierati su per via Centrale, fino all’imbocco di via Moro. Qualche bancarella metteva il disco di qualche anno prima, che si poteva udire fino al punto in cui un’altra bancarella di vestiti, (queste si appostavano dopo il negozio di ‘f’ed’ric z’ ming’ ) aveva il suo imbonitore che gridava ‘venite siore belle, venite a vedere, gonne, sottovesti, giacche, biancheriaaaa… a sole dicimilaaaa’, la voce gutturale, roca, possente e soprattutto persuasiva.
E poi più giù, ‘dop’ la faunt’ c’era la bancarella di z’ Giuw’nn’ che vendeva i giocattoli e l’scuscell’, i datteri secchi. Noi ragazzini li mangiavano, avidi e golosi di quel sapore zuccheroso che sapeva di marmellata e di cioccolata. Mentre di fronte c’era l’altro giocattolaio che vendeva i mesteriosi ‘liquori’ colorati: si trattava di acqua zuccherata contenuta entro bottigliette minuscole di plastica. Noi ne eravamo attirati e ne compravamo in quantità. Constavano dieci lire l’una.
Intanto la strada, intorno alle nove era già un formicolare di umanità molto varia, tra l’odore della porchetta arrosto e quello dei dolciumi… Gente del circondario che veniva a comprare o semplicemente a curiosare. Pastori, contadini, anziani dall’aspetto trasandato, a volte persino patito, visi ‘tosti’ di allevatori, ragazzini figli di allevatori che già sapevano il loro mestiere e osservavano con attenzione gli animali nei camion o legati agli anelli. Donne robuste, mogli di contadini e allevatori che si facevano largo tra i venditori di casalinghi che ‘urlavano’ nei megafoni ‘venga sioraaaaa’ sotto il municipio. E i fruttivendoli con le loro casse di mandarini e di arance davanti al bar. E tanti, tanti ragazzini. In un andare su e giù per la fiera, in modo incessante, come tutti. Centinaia di persone che a volte rendevano impossibile camminare, proibitivo il passaggio delle poche vetture che allora transitavano. Noi ragazzini, che non avevamo quasi dormito la notte, e c’eravamo alzati dal letto con tanta foga avremmo voluto che quel giorno mai finisse… eppure finiva, la sera, con l’oscurità del giorno che s’era appena allungato ‘d’ nu pass d’ can’, dopo che il culmine dell’inverno era passato.
Restavano i giocattoli che avevamo comprato. Per i grandi le piante da ‘r’maitt’, un pesco, un ciliegio. Chissà quante delle piante, degli alberi da frutto nelle terre di Colledimezzo son stati comprati a S. Biagio…

L’ultimo S. Biagio, quello di ieri, è stato il S. Biagio forse più breve e silenzioso della storia. Nonostante la splendida giornata di sole. Molte le bancarelle, montate e smontate velocemente, certamente ‘tecnologiche’ rispetto a quelle di trent’anni fa, tra un silenzio irreale per chi ha vssuto altri S. Biagio. La gente c’era ma non troppo. E passava, distratta. Dava un’occhiata e via, a casa. Veloce. Non c’è tempo. Non c’e’ più tempo. Si deve correre al lavoro, a preparare per chi deve andare a lavorare, giù in fabbrica. Tutti al lavoro , non si può lasciare, non si può più rispettare una festa, una ricorrenza, una tradizione. Eppoi, le bancarelle… Una volta si aspettavano per poter comprare, ma oggi con l’invasione degli ipermercati, super mercati, città del commercio, è mercato tutti i giorni. E tutti si va fuori a comprare, o persino a passare il tempo passeggiando entro un supermercato che ti ‘offre’ tutto.
Ti offre tanto, ma ti toglie, ti ruba la Tradizione, l’atmosfera della Fiera, che affonda sempre più nel ricordo, che si avvia tristemente alla fine. Come tutte le cose belle. E S. Biagio è una ‘cosa’ bella del nostro paese. O forse sarebbe meglio dire era…

Camillo Carrea.

Le foto della giornata nel contenitore ‘Photo’