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Storie del nostro paese.

Lo svincolo di Colledimezzo sulla Fondovalle Sangro. Storia di un progetto ‘impossibile’ raccontato dai suoi promotori. Intervista con Luciano Porfilio, Renato Di Fiore, Igino Porfilio.

Per i ventenni di oggi lo svincolo sulla Fondovalle Sangro rappresenta una strada come tante, un raccordo magari un po’ complicato che mette a dura prova l’attenzione dell’automobilista, specie ora, con l’inagibilità della galleria Spagone. Per noi che abbiamo vissuto gli anni in cui neppure la Fondovalle c’era e bisognava percorrere la vecchia statale per andare verso la costa, lo svincolo ha una Storia. Forse la più importante degli ultimi cinquant’anni.

Per Colledimezzo la costruzione del raccordo che permette di entrare nella Fondovalle - l’importante e trafficata strada che unisce l’Adriatico con l’autostrada del Sole - è stato un riaffacciarsi alla vita dopo la catastrofe idrogeologica dell’aprile 1973. In quegli anni l’idea di una strada a scorrimento veloce che potesse sostituire l’ormai anacronistica statale 364, era ancora in abbozzo: anche se con la rapida realizzazione dell’’importante zona industriale ad Atessa una strada larga e veloce che la collegasse alla A1 diventava sempre più un’esigenza .

Fu proprio la tristemente famosa frana del 1973 a pregiudicare seriamente la costruzione di un raccordo che permetteva, non solo a Colledimezzo, ma a molti centri del Medio Sangro e dell’Alto vastese, di beneficiare della Fondovalle. Il progetto infatti fu subito modificato: in principio esso prevedeva che la strada costeggiasse, tramite viadotti, il nostro lago del Sangro. Certamente allora non si parlava di impatto ambientale e paesaggistico. Erano concetti ancora lontani. Del resto neppure il viadotto di Villa S. Maria, realizzato in tempi più recenti, ne ha tenuto conto, anche se le polemiche furono a dir poco infuocate. Lo svincolo, senza il catastrofico dissesto, sarebbe stato costruito più o meno all’ altezza de ‘La Macchia’.

Dopo la frana la situazione era catastrofica, non solo lo svincolo non veniva preso più in considerazione con la variazione del progetto iniziale, ma il nostro paese rischiava di rimanere isolato perfino dalla Statale 364!

Solo la manifestazione di un mese dopo l’evento , alla quale partecipò tutta la popolazione, studenti compresi – allora vi erano ancora le scuole medie – riuscì a indurre le autorità a ricostruire il pezzo di strada che lo smottamento aveva distrutto insieme alle case abitate e ad alcuni insediamenti agricoli e artigianali che sorgevano in località ‘Canneto’. Qualcuno forse ricorderà un grosso cartello tenuto alto da un adolescente Floriano di Nardo che diceva ‘Colledimezzo non vuole morire’. Dunque, se quella strada ricostruita allora dopo la frana era servita a tenere momentaneamente in vita il nostro paese, lo svincolo sulla Fondovalle lo ha salvato da una morte definitiva, in fatto di viabilità.

Come tutte le opere che si realizzano, lo Svincolo di Colledimezzo, ha i suoi artefici.

E’ il caso che dopo tanto tempo si renda onore a coloro che hanno permesso, tanti anni fa, al nostro paese, di rimanere vivo, di scampare così a un isolamento che sarebbe stato rovinoso.



Incontro Luciano Porfilio sulla strada che porta a Monteferrante, dove ha modo di passeggiare e ammirare il panorama di Colledimezzo, svincolo compreso.

Approfitto per una chiacchierata con lui. In molti a Colledimezzo affermano che è stato per lui, per il suo impegno, che lo svincolo è stato realizzato. Così, ne approfitto per chiedergli se quello che si dice è vero, gli chiedo cioè di raccontarmi la storia del progetto e della realizzazione del ‘nostro’ svincolo sulla fondovalle Sangro.

Lui rimane sorpreso dalla mia richiesta, ma acconsente di buon grado. Con un sorriso pieno di rimpianto.

“Bei tempi.”, dice. “Mi sono sempre piaciute le imprese impossibili. E la realizzazione dello svincolo per Colledimezzo era obiettivamente molto difficile, dopo la frana del 1973. Poter costruire cioè un viadotto con galleria in quella gola, Lu uad’ l’ cuorv’, che è un abisso.”

“Ci sono state opere più costose, in passato, e anche nel presente. E inutili. Mentre il nostro svincolo è utile a molti paesi, non solo a noi.”, dico.

“Sì, ma tieni presente che proporre il progetto per uno svincolo il cui costo era di 12.780.000.000 di allora, non era per niente facile, anzi era difficilissimo, ma lo ripeto, mi piacevano le cose difficili. Mi ci impegnavo ancora di più. Senza contare che lo svincolo ci avrebbe reso tutto più facile, avrebbe reso un gran servizio al nostro paese.”

“Certamente. Ce ne siamo resi conto sette anni fa quando la galleria che passa sotto il paese fu chiusa e dovemmo per molti mesi rifare la vecchia strada per Bomba. Un pericolo tremendo, con i camion e i tir che s’incrociavano su quella strada ormai vecchia e obsoleta. Si rischiava la vita tutti i giorni… ma dimmi come prendesti questa difficile iniziativa.”

“Dunque… presi subito contatti con i responsabili dell’allora Cassa per il Mezzogiorno. Riuscii ad avere un appuntamento e mi incontrai addirittura con l’ingegnere capo dott. Piedimonte. Ci furono molti incontri, a Roma, dove mi recavo quasi ogni settimana per poter parlare con lui e con altri responsabili… Alla fine, dopo molte mie insistenze, uno spiraglio si aprì. Si cominciò a prendere in considerazione la possibilità di realizzare questo benedetto svincolo, nonostante l’elevato costo.”

“E’ vero che riuscisti a portare l’ingegnere qui per un sopralluogo?”

“Sì, ci venne lui in persona! Sapeva che il posto non era facile. Sapeva che vi era stata una frana. Così venne lui stesso per sincerarsi del posto.”

“E che disse?”

“Disse che la cosa era difficile, ma non impossibile, ma si riferiva al costo. Allora quasi 13 miliardi, quindi 6 milioni e mezzo di euro attuali. Era una cifra stratosferica, considerando che l’opera favoriva in primo luogo un paese di 600 abitanti… pensa che Lanciano da tempo si batteva per una viabilità migliore tra la città e la Val di Sangro.”

“Ma tu non mollasti l’osso.”

“Già. Non mollai. E quelli della Cassa per il Mezzogiorno cominciarono a pensare che non si sarebbero liberati più di me. E così quando trasferirono poteri e responsabilità all’Anas dopo la soppressione della Cassa, immagino che tirarono un sospiro di sollievo!”, dice sorridendo.

“Cominciò quindi un’ altra storia, con altre città da raggiungere e altra gente da dover incontrare. E immagino che la cosa non era mica facile.”

“Proprio così! Attaccai, diciamo così, l’Anas. Andavo spesso , diciamo tre volte al mese, a Roma, e poi all’Aquila e a Pescara, dove incontravo l’ispettore generale dottor Galliani e i vari ingegneri responsabili, Vinci, Tumani e Princigalli…. Alla fine dopo molti incontri, discussioni, insistenze da parte mia, si concluse che le spese per la progettazione dovevano essere tutte a carico del comune.”

“Ti rivolgesti a Renato Di Fiore…”

“Sì, mi rivolsi a Lui, e tengo a dire che Renato non si risparmiò. Anche lui non esitò nel prendere la macchina e recarsi a Roma e a L’Aquila per incontrare i vari funzionari dell’Anas. Fu bravissimo nel progetto, che i tecnici dell’Anas volevano diverso, volevano addirittura che la strada aggirasse monte Rinello. Ma alla fine il progetto di Renato con la seconda galleria fu riconosciuto il migliore tra i possibili. A sostenerlo fu soprattutto il geometra Di Mascio, con il quale Renato collaborò. Alla fine il progetto fu approvato, con il costo, come ho già detto, di 12.780.000…”

“Ci fu un riconoscimento, alla fine?”

“Sì… una piccola targa donatami dal Comune a nome di tutti i cittadini.”

Chiedo a Luciano di mostrarmela. Mi porta a casa sua e la tira fuori dal cassetto della scrivania, insieme a una lettera di complimenti dell’onorevole Gaspari, che spinse insieme a Luciano Porfilio, perché il progetto fosse realizzato. Gli propongo una foto, ma lui mi dice che non è il caso. Mi consente di scannerizzare la targhetta, però…

“Ma che ci vuoi fare?”, mi chiede.

“Semplice. “, gli rispondo. “Far sì che tutti i nostri paesani conoscano questa storia, e possano magari essere grati a te e a Renato.”

“ E come? Sono passati tanti anni…”

Gli spiego come farò e sorride, Luciano. Non se lo aspettava. Ha ottant’anni, ma non li dimostra. E’ calmo, tranquillo, lucido nelle sue riflessioni. Soprattutto è consapevole di aver fatto il bene del suo paese con quello svincolo che altrimenti non avremmo avuto.



Telefono a Renato Di Fiore. Lui pure rimane sorpreso dalla mia richiesta. Di parlare cioè dello svincolo. Tutta via mi dà appuntamento nella sua tenuta nei pressi del lago.

Lo trovo seduto all’ombra dei filari della vigna che insieme alla moglie Lina cura con grande attenzione. Mi vede arrivare e sorride.

“Ma come ti è venuto in mente”, mi dice. “Ormai di questa storia non parla più nessuno. Sono passati tanti anni.”

“ SaI, viaggiare in macchina e mettere la quinta marcia a Colledimezzo e toglierla al mare ce lo invidiano un po’ tutti. Bisognava ricordare e ringraziare chi ce lo ha permesso.” , dico.

“Certo, hai ragione. Ma il tempo passa e la gente dimentica. Questo succede per tutte le cose.”

“Sì, ma non è giusto che non si sappia o si dimentichi delle persone che si sono impegnate per il nostro paese. Senti, Renato, cosa ricordi di quel periodo?”

“Ricordo innanzitutto le visite frequentissime di Luciano Porfilio nel mio studio, per vedere a che punto fosse il progetto. Era preso in modo ostinato da quell’opera da realizzare. Se non fosse stato per la sua tenacia non si sarebbe realizzato niente, secondo me. Dopo che lui mi indicò al sindaco Igino Porfilio quale progettista del raccordo, io e Luciano lavorammo quasi quotidianamente per realizzarlo.”

“Un particolare episodio che vale la pena raccontare.”

“Il viaggio che feci a Roma, uno degli ultimi, quello decisivo. L’ingegnere capo dell’Anas mi disse finalmente di trovare al più presto una ditta per i sondaggi. Mi ero alzato la mattina alle tre. L’appuntamento era nella sede centrale dell’Anas, alle otto di mattina. Mi fecero fare un’anticamera di due ore. Quando entrai, vidi gli ingegneri che erano in riunione. Uno di loro mi disse: ‘Ah, ecco lo svincolo di Parigi!’….

Ricordo che al ritorno, preso dalla gioia, andavo forte con la macchina, e all’altezza di Sulmona per poco non uscii fuori strada, la macchina non era neppure mia. La riportai al proprietario tutta ammaccata.”

“Svincolo di Parigi… Certo, una cifra del genere ...”, osservo.

“Ricordo che quando vennero i tecnici dell’Anas per prendere le misure videro lu ‘Uad’ l’ cuorv’ dissero che non se la sentivano di prendere le misure. Che il posto era pericoloso e ci volevano le attrezzature adatte e non ricordo più cos’altro.”

“E come faceste?”

“ Lo feci io e mia figlia Silvana, diplomata geometra da poco. Naturalmente a spronarmi a farlo fu Luciano. Fu presente a tutti i rilevamenti. Devo dire che era un bel progetto. L’Anas ne voleva fare uno diverso da quello pensato da me, ma o costava di più, o non era fattibile. Alla fine, dovettero accettare il mio. “

“Una bella soddisfazione.”

“ Ricordo che il paese viveva con apprensione l’evolversi della situazione. Era una bella atmosfera! Si combatteva tutti insieme per giungere a un fine. Alla fine, quando i lavori iniziarono, fu una gioia per tutti. Il paese remava dalla stessa parte.”

“ Ma il timone lo avevate voi. Eravate voi che guidavate.”

“ Cito ancora Luciano Porfilio. La sua ostinazione fu molto importante. Io non mi menziono, ma se lo ha fatto Luciano vuol dire tanto. Naturalmente una nota di merito va all’Amministrazione comunale di allora, con il sindaco Igino Porfilio che coinvolse il ministro Gaspari e altri politici.

“Già, Luciano Porfilio… mi ha fatto vedere una lettera del ministro Gaspari indirizzata a lui. ” dico.

“Quella in cui riconosce l’impegno di Porfilio, credo.” dice Renato.

“Certo, proprio quella.” dico.

Renato tira fuori una bottiglia di birra e ce la gustiamo insieme alla bella giornata di sole che annuncia il ritorno della bella stagione dopo la tardiva neve che ha imbiancato le nostre colline. Lo ringrazio per il tempo che mi ha dedicato e lo saluto con una vigorosa stretta di mano.



Decido di telefonare a Igino Porfilio a Francavilla al Mare, dove trascorre parte del suo tempo senza però disdegnare di tornare al suo paese, di cui è stato sindaco per 15 anni, dal 1970 al 1985. Decido di chiamarlo il giorno dopo , la sera, per avere più possibilità di trovarlo a casa.

Invece la mattina, come per un segno del destino, me lo trovo in piazza.

“Igino!” lo chiamo. Anzi quasi grido: “Proprio te cercavo!”

Iginoi mi guarda, lui pure sorpreso. Non dice nulla, ma la sua espressione è chiaramente interrogativa.

“Dovresti farmi una cortesia…” aggiungo.

Il suo sguardo è sereno come sempre, apparentemente distaccato. E’ stato il sindaco della mia infanzia e della mia prima giovinezza. A fatica ricordo altri prima di lui. Era tanto che non lo vedevo in giro e vedermelo spuntare in piazza sembra un’apparizione.

“Dovresti raccontarmi, se ti va, la storia del nostro svincolo.”

Igino mi guarda, ancora più sorpreso. Sorride e scuote la testa. Il mio desiderio di parlare di questo argomento lo coglie di sprovvista. Ma ancora una volta sono fortunato. Seppure va di fretta riesce a regalarmi un po’ del suo tempo. L’argomento lo stimola. E’ passato del tempo ma in 15 anni di amministrazione, la complessa e faticosa realizzazione dello svincolo è senz’altro stato il fiore all’occhiello della sua amministrazione.

“Tanta fatica, ma anche tanta soddisfazione, immagino.”

“Una grande soddisfazione, ma in generale sai che ti dico?” osserva lui, con un sorriso amaro. E’ sempre stato serio, pacato, Igino, nei suoi modi. Ma sa apprezzare anche l’umorismo, la battuta intelligente, le barzellette.

“Ti dico questo. Che nel 1970, appena prima di essere eletto sindaco, il dottor Rotondo mi diede una cura per la mia pressione bassa. Nel 1985, a fine mandato, soffrivo di pressione alta!”

“Immagino. Ma dimmi, Igino, cosa ricordi di quegli anni in cui foste impegnati in quella impresa impossibile?”

“Ricordo i tanti enti… La Cassa per il mezzogiorno, l’Anas, la Regione, i tanti uffici, le tante persone, i viaggi infiniti che facemmo, io, Luciano Porfilio e Renato Di Fiore. Lo svincolo era diventato un incubo… scherzo, ma non troppo”, dice igino.

“Un grande Sogno realizzato, alla fine.”

Igino fa cenno di sì con capo.

“Tu ricordi la frana del 1973?”, mi chiede.

“C erto, avevo 11 anni….”

“Quello fu un colpo che poteva essere mortale. L’Anas cambiò il progetto e lo svincolo che doveva sorgere al bivio della Macchia fu cancellato, insieme alle case cadute, e alle nostre speranze…”

“Chiunque si sarebbe rassegnato.”, dico.

“ Già. Bisognava ricominciare tutto daccapo. Lo svincolo secondo il nuovo progetto era previsto a Villa S. Maria. Non c’era altra soluzione, per i tecnici dell’Anas. C’erano tanti problemi, per lo più di natura geologica. E in più lo scetticismo dei funzionari regionali.”

“Ma poi si ricredettero.”

“Dopo ripetuti viaggi nel tentativo di stimolare i tecnici dell’Anas per un progetto, Renato, ricordo, venne una mattina al comune e disse che aveva avuto nella notte una diciamo così…. ispirazione: una seconda galleria che bucasse Monte Rinello….”

“Quindi portaste quel progetto con la seconda galleria all’Anas. Quella che vediamo oggi.”

“Sì, ma quelli dell’Anas cincischiavano, modificavano sempre qualcosa, seppure avevano riconosciuto che il progetto era valido. Pensai a questo punto di coinvolgere la politica, come era mio compito. A questo proposito vorrei ringraziare il ministro Gaspari e l’onorevole Artese. Tu sai che senza la volontà politica non si ottiene granchè…”

“Ma dicono anche della vostra caparbietà, la tenacia con cui portaste a termine quella missione, perché era diventata una missione, immagino.”

“Altro fattore decisivo, certo, fu la nostra idea fissa di portare a compimento questa impresa. Chiaro che oltre all’elemento politico di cui mi feci ispiratore , il fatto rilevante fu l’avere un valente tecnico come Renato Di Fiore, che si sobbarcò tanti sacrifici per i continui rilievi che dovette fare perché, ripeto, l’Anas aveva sempre qualcosa da modificare ai progetti presentati. E come propellente il fatto di avere avuto la disposizione e la volontà assidua, anzi martellante di Luciano Porfilio, che letteralmente assediò funzionari regionali e i tecnici dell’Anas.”

“Ho visto la targa che gli avete regalato come riconoscimento, voi dell’amministrazione di allora.”

“ Certo, ricordo bene… “ dice Igino.

Ha negli occhi un lampo di nostalgia, nonostante le preoccupazioni di quegli anni in cui è stato sindaco gli sia costata la pressione, che si era alzata. Non si realizza nulla senza sacrificare qualcosa. Che sia la salute, i soldi, le amicizie che poi in questi frangenti spesso si scoprono non essere tali.

Molto spesso il prezzo da pagare per aver dato è l’irriconoscenza, la dimenticanza, l’indifferenza. Queste righe non hanno voluto fare altro che ricordare, citare le persone che si sono sacrificate per migliorare - anzi, in quel caso diremmo letteralmente salvare - il nostro paese dall’isolamento e dalla dimenticanza con quell’opera ‘impossibile’ che loro hanno reso possibile affinchè noi tutti, e i nostri eredi ne traessero beneficio.

Camillo Carrea.