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I grandi personaggi di Colledimezzo

N’donij’ Adolf’

Ogni tanto mi capita di aver voglia di correre.  Fare jogging, come si dice oggi:  per cercare di frenare - con un pò di sport -  le conseguenze dell’ inesorabile avvicinarsi alla mezza età.  E’ agosto. Alle otto di mattina  la giornata è già calda.  Ho scelto la strada  che porta a Bomba. La vecchia strada cioè, quella che passa a  L’ Pranchiun’.  Ormai da molti anni solo qualche rara automobile transita in quel tratto di strada, un tempo invece frequentatissima. Nel silenzio della vecchia via solo il frinire delle cicale.  Percorro ( si fa per dire) la leggera salita che s’allunga dopo ‘lu paund’ d’ lu Ciraun’.  La quiete della campagna viene a tratti spezzata dal rimbombo inquietante delle automobili che passano a tutta velocità  nel breve spazio all’aperto tra le due gallerie celate entro la fenditura d’ lu foss’ d’ lu Ciraun.
Già , la Fondovalle.  Comoda  e veloce.  Se si tiene conto del traffico pesante che ora imperversa sulle nostre strade la Fondovalle  è stata un bene. Ne sappiamo qualcosa noi a Colledimezzo. Il traffico pesante  attraversa il paese provocando spesso intasamenti manco fossimo a Milano nell’ora di punta.
 Mi torna in mente  il tempo in cui la strada che sto percorrendo  era l’unica che collegava, partendo da Fossacesia, il mare Adriatico col Tirreno.  La si percorreva per andare a Napoli e a Roma e passava in mezzo ai piccoli paesi.  Penso che forse nessuno dei ragazzi colledimezzesi di oggi conosce, ad esempio,  Castel del Giudice o Ateleta, che noi invece conoscevamo, se non altro perché ci si passava.
Oggi i giovani non sanno dove sia il Passo S. Francesco (la mundagn’ d’ s, Francisc’)   o il Macerone,  un tempo strade famose del Giro d’Italia, sulle quali Vito Taccone s’arrampicava guadagnandosi  l‘ appellativo di Camoscio d’Abruzzo.
Stavo riflettendo su queste cose, quando mi giunge all’orecchio il rumore di un’automobile che si avvicina.  E’ ancora abbastanza lontana.  Prima d’ l’ Pranchiun’. Ciò che mi colpisce, però, è il ‘suono’ del rumore.  Anzi sembra  - ad ascoltarlo bene -  un motore d’altri tempi, quando le automobili  avevano  un suono pieno, robusto, che ricordava la voce di un basso tenore: il famoso ‘rombo’… E questo rombo si fà sempre più vicino… Pochi secondi e vedrò spuntare il misterioso veicolo.  Che macchina sarà, mi chiedo:  un’agile e veloce 850? O una maestosa e elegante 124? Mi trovo nel breve tratto in diretta poco prima dell’ex cantiere dell’Incisa. Il cuore batte forte e il sudore mi scende a rivoli dalle tempie. 
Il caldo è già forte.  Ma è forte anche la mia curiosità per quel rombo che è lì lì’ per sbucare dalla curva.
Sbuca, difatti.
E sgrano gli occhi, sorpreso, nello stesso momento in cui mi blocco, impietrito.
La Seicento è ferma davanti a me, bianca, irreale, lucente al sole di agosto. Il motore al minimo romba di un suono che vibra nell’aria quasi a confondersi con lo stridore delle cicale. Sento battere le tempie. Mi asciugo il sudore con il polso. Una goccia mi cala negli occhi e mi brucia. Ecco, forse sono i miei occhi quasi di mezza età che mi stanno tradendo.
Forse è il caldo. Un colpo di sole, chissà. Ma la voce che viene dal finestrino abbassato è inconfondibile.
“Uè,  dico io… ma chi t’ l’ fà fà… chi te l’ fà fa!”
 Il sudore mi diventa di colpo freddo. Tento di parlare. Ma non mi riesce di aprire bocca. Sono paralizzato dalla sorpresa.
“Ma che s’ fatt’?  Ti si shtracc’ e  na  pù  chiù  l’  coss’…. Uard ch’ faccia che tè….  E va bon’…. mo  ta  r’port’  uoj!”
Sì, anche la voce è quella. Quasi si confonde col rombo della Seicento candida e lucente. Una voce  ruvida per le migliaia di Marlboro fumate. Mi faccio forza e mi muovo con cautela verso la Seicento… Mi abbasso lentamente sul finestrino aperto e finalmente lo vedo da vicino.
“N’dò, ma che... che fai qui…”  balbetto.
“Alt! Prima regola in questi casi soprannaturali: non fare domande inutili! Già te lo hanno già detto Z’ Giuann’ Marian’ e tuo nonno Cistone… te li saluto, se vuoi!”
Ora Antonio parla italiano, come è sua abitudine nei momenti speciali.  
“Va bò, ma….ma…”  farfuglio.  E di nuovo non riesco a parlare.
N’dò Adolf’… è proprio lui con la sua leggendaria Seicento.  Lo guardo,  i capelli chiari e mossi, i Ray Ban sulla fronte,  la canottiera bianca e i pantaloni a zampa d’elefante, cioè quelli ‘larghi sotto’ degli anni 60 e ’70. Qualche pagliuzza gialla è posata sulla canottiera, segno che viene da una trebbiatura.  Sulla leva del cambio c’e’ il pomello di cristallo con il modellino di un’automobile d’epoca.  Dallo specchietto retrovisore pende una coda di volpe. Sul portaoggetti dietro il sedile posteriore ci sono due cuscini rossi ricamati di bianco che richiamano il colore dei sedili   
“N’do…Ma do vè?” riesco finalmente a dirgli.
“Ero Lassù.” mi risponde facendo segno verso il cielo. “Stavo  trebbiando con gli altri paesani che stanno Lassù. Sono andato via a prendere un caffè. Lo facevo anche quando ero qui…”
“Scusa, ma anche in Paradiso si trebbia?”
“In Paradiso si fa quello che si vuole. C’è tutto, che credi?!”
“Certo. Se no che paradiso sarebbe. E tu anche in Paradiso ti metti a trebbiare?”
“Certo. Ma qui è diverso. Prima di tutto non ci si stanca. Non fa caldo. Non ti pizzica la cam’, non si suda, non ci si fa male. Però si mangia e si beve….”
“Beh, se no che Paradiso sarebbe…” ripeto.
“E vedo che anche al tuo caffè, non rinunci. Qui ne prendevi oltre dieci al giorno, vero?”
“Sì… ma mi hai visto qualche volta nervoso?... Non è vero che il caffè mette nervoso. Ci sono certe persone che non bevono caffè eppure sono sempre incavolate, quaggiù!”
Come non dargli ragione?
“A quanti caffè arrivi, in Paradiso?” gli chiedo.
“ 170, 180…”
“Mi prendi in giro.” dico.
“Ma in Paradiso non fanno male.” mi ripete.
“E di sigarette, quante te ne fumi al giorno,  allora, trecento?” chiedo ridendo. 
“Un po’ di più….” mi risponde lui, serio. “Trecentosessantaquattro, cioè… ma tanto lassù mica c’è il giorno e la notte.  I calcoli che fate voi sono calcoli del vostro mondo. Lassù mica si fanno calcoli!”
“Senti.” continua Antonio. “Saranno pure innocui  i caffè del Paradiso ma ho un po’ di nostalgia di un bel caffè qui da voi. Che ne dici di andare insieme. Da come sei messo ora hai bisogno anche tu di un buon caffè…. “
Faccio cenno di sì col capo.
“Ma chi t l’ fà fàaaa!”  mi grida di nuovo.  Apro la portiera e mi siedo sul sedile rosso. Sono ancora incredulo.  Antonio  si accende subito una sigaretta e poggia il gomito sul finestrino aperto. Mi chiedo se sarà la centesima, visto che è ancora mattina.
“E l’ottantasettesima.” dice leggendomi nel pensiero.
“MS…” osservo. “In paradiso si fumano le MS?!”
“  Sì, ma MS sta per Madonna Santissima.”
 “Son buone?”
“Devo dirti la verità. Preferivo le mie Marlboro. Ma meglio che Lui non senta. Può offendersi.” mi dice Antonio, avvicinandosi al mio orecchio, così sottovoce che quasi neppure io sento. Ma tanto, mi dico, Dio l’avrà sentito lo stesso. Figurati se Dio non sente, penso. E’ onnisciente, Dio. Sa tutto di tutti, come la gente di piazza o dei bar di paese.
“ Comunque no. Con questo motore acceso e se parli il più piano possibile, non sente.” interviene Antonio.
Mi stupisco. Son due volte che mi legge nel pensiero. E mi sorprende ancor più quello che mi ha appena detto. Come, Dio non sente?!
“Sente, sente e come, ma ho scoperto per caso che il motore delle auto degli anni sessanta e settanta gli impedisce di sentire.”
“Cosa? Mi stai dicendo che Dio non sente perché il motore della qui presente Seicento glielo impedisce?”
“Certo, i motori di quarant’anni fa non gli fanno sentire nulla. Sai perché? Perché Lui si è aggiornato nel sentire nonostante i rumori delle macchine attuali, ma con quelle vecchie non sente e così Lui rimane rimane….” si avvicina di nuovo al mio orecchio.
“Fre…” comincia a dire,  piano piano. Ma poi si ferma.
“Dài, diciamo buggerato.” dice alla fine guardandosi intorno con cautela.  “Non posso dire quella parola… in fondo Lui è sempre Lui. Magari passa di qui per caso e mi legge nelle labbra. E’ capace di tutto Lui, sai? E’ proprio come dicevano… “  
“Certo. Immagino…”
Però mi viene la voglia di provarle, le sigarette del Paradiso. Devono avere un sapore…divino!
 “Sì, proprio così! Hanno un sapore divino, spiritoso che non sei altro! Ma che voi non potete sapere, però!  Quindi scordati che te ne dò una! Se te ne dò rischio una punizione.”
Ancora una volta mi sento letto nella mente…
“E quale sarebbe? Non dirmi che anche in Paradiso ci sono le punizioni!”
“Certo… Ti fanno provare lo stesso dolore e la stessa delusione che hanno provato coloro che hai offeso quando si stava qui sulla Terra.”
“Caspita, una cosa da provare, per tanta gente.  Ma per te non ci sarebbero problemi. Da quello che ricordo di te, tu non hai mai offeso nessuno. Eri buono. Anche troppo. Anche con quelli che magari ti offendevano. E non te lo dico perché sei qui… lo sanno tutti. Lo sapeva Lui pure. Sennò mica stavi in Paradiso…”
Scendiamo verso lù Ciràun. Antonio rallenta. Guarda la faund d’ lu Ciràun… poi guarda me, che sono ancora tutto sudato.  Mi sembra tutto un sogno. Anzi mi viene da pensare che  forse sono morto anche io. Un infarto mentre correvo, chissà…. Mi ritroveranno lì per terra, ancora caldo. Con questa temperatura non è facile essere freddi, sia pure come cadavere. 
“Dài, smettila di pensare che sei morto.  Sei vivo  e vegeto. Senti, vuoi scendere a bere? Ne hai bisogno, mi pare.”
“Antò, ma che per caso leggi nel pensiero?” gli chiedo finalmente.
“Sì, noi lassù leggiamo nella mente. Non è pericoloso come da voi. I pensieri nostri sono tutti buoni. Intendo dire che voi sulla Terra è meglio che non leggiate i pensieri degli altri. Vi arrabbiereste spesso. L’unica cosa che mi dispiace è che non si può giocare a carte. Sappiamo tutte le carte che ha l’altra persona!”
“Immagino… e questo ti dispiace, invece!”
“Ma no. Se vuoi giochi lo stesso. Ma si va sempre pari…. Una noia, devo ammetterlo.” dice, di nuovo abbassando la voce e guardandosi  attorno con prudenza.  Gli dico che non voglio scendere a Lu ciraun. E che l’acqua la bevo dopo il caffè.
“Ma che dici… bere acqua dopo il caffè  è un errore.  Ho bvisto che molti oggi lo fanno . Anzi i baristi servono persino il caffè con l’acqua! Ma dico, se l’aroma  del caffè che ti dovrebbe restare in bocca viene tolto dall’acqua, mi dici a che serve berlo, il caffè?”
Non dico nulla. In fatto di caffè Antonio è un intenditore. E non è sbagliato quello che dice.
“Eh N’do… addò  jaem a togl’ su cafae... a la Vill?”
La Seicento è appena passata oltre Pietraferrazzana. Mi aspettavo si fermasse a la Praet….
“Macchè a la Vill’… secondo te, ì vieng a bàll  da  lu  Paradis  e che facc’ m’ togl’ nu cafe a la Vill?”
“E  addò?” chiedo.  “Jemm’  a lu Quiedr’?”
“Ma calaej!”
“E do vu juij!?”
“A Nap’l!”
 Lo guardo, sbalordito. A Napoli?!
“E’ inutile che sbalordisci. Secondo te io, una volta che torno sulla Terra, non vado a Napoli a prendere il caffè?” 
Giusto. Come dirgli di no?
Ma penso che  non ho avvertito nessuno a casa. E non ho portato il cellulare.  E credo sia inutile chiedere un cellulare a Antonio.
“Fai come ai vecchi tempi. Ti fermi a un bar e telefoni.” dice  Antonio che ha letto puntualmente il mio pensiero.
“Ora che ci penso… che dico? Che ho incontrato N’donij Adolf e che stiamo andando insieme a Napoli a prendere un caffè?”
“Ti prenderanno per matto, lo so…”, ammette Antonio.
Allora penso che dirò che ho incontrato un amico che mi ha invitato a pranzo. Del resto un fondo di verità c’è.
“Ecco, giusto. Dì che hai incontrato un amico.” dice Antonio.
“Uè, ma senti.” gli chiedo. “Ma se quando eri qui sulla Terra avessi avuto questo dono di leggere il pensiero, saresti diventato ricco giocando a poker!”
Antonio se la ride.
“Invece perdevo sempre…” ammette. “Sai, ci ho pensato anche io a questo, una volta arrivato in Paradiso…” aggiunge.
“Però una sera hai vinto anche qui.” gli ricordo. “Era una sera al bar di via Roma, ai tempi di Sergio Simonetti.”
Antonio se la ride ancora ripensando a quella sera.
“Vedo che ti ricordi certe storie.” esclama. Si vede che ne è contento.
“Eccome. A me piacciono le storie…”
“E dai, allora, raccontala tu.” mi  incita.
“Ma no. Eri tu il protagonista. Non è giusto che la racconti io…”
 “Va bene… dunque come hai detto bene tu, perdevo sempre. Forse perché ci mettevo troppa passione e non riuscivo a essere freddo nei momenti cruciali. Ma credo soprattutto perché le carte buone non mi uscivano. Non ero fortunato, al gioco….”
“Però chi non è fortunato al gioco…” gli dico. Lui mi guarda e acconsente. Ora sono io a leggergli nel pensiero.
“Hai ragione.” gli leggo.
“Dunque, dicevo che non ero fortunato. E così, esasperato dalla mia sfortuna, spesso giocavo anche quando non avevo le carte. E così perdevo… “
“Ma quella famosa sera, però…”
“Sì’, quella famosa sera vinsi. Nel senso che presi un bel piatto. Anzi, meglio, lo stavo per prendere quando accadde quella cosa…”
“Avevi vinto. Avevi un poker di re. Era un grosso piatto. Il più grosso della tua vita…”, puntualizzo con entusiasmo.
“Già! Stavo per racimolare i soldi sul tavolo. Che emozione in quel gesto. Non è per i soldi, ma per ciò che quel gesto rappresenta. Una vittoria. Ma per me valeva doppio. Anche un calcio alla iella! Avevo il groppo in gola. Ero perfino commosso. Anche i miei avversari erano soddisfatti. Si stavano complimentando, quando la porta del bar, che era stata chiusa per ovvia precauzione , si apre all’improvviso!”
“E chi erano?” chiedo, pur sapendolo già
“Jav’  l’  carabb’near!” esclama Antonio.
“Già. Non era mai capitato che entrassero i carabinieri mentre uno stava prendendo il piatto. Mai! Ma tu che facesti quando loro ti ordinarono di lasciare i soldi sul tavolo?”
“Non li ascoltai, ovvio.”
“Ovvio. E che gli dicesti?”
“Gli dissi ‘non ci pensare neppure, una volta che ho vinto io, che faccio, lascio il piatto a voi?’”
“E lui?.... Dico, il maresciallo, che fece?” chiedo. Sempre sapendo come andò a finire.
“Finì che il maresciallo si rese conto un po’ in ritardo di cosa fosse successo. Cioè che ero proprio io che avevo appena vinto. Rimase pure lui molto sorpreso. Quasi si pentì di essere entrato. Rimasero fermi, i carabinieri. Davanti alla porta spalancata. Imbarazzati. Si guardarono e  stavano lì per uscire, come se si fossero resi conto di aver disturbato.  Magari sarebbero rientrati dopo dieci minuti, come in un replay…”
“Insomma, alla fine ti lasciarono il piatto, vero?”
“Sì…il maresciallo allargò le mani e disse che non poteva immaginare che ero stato proprio io che avevo preso quel grosso piatto. E che me lo lasciava volentieri….offrii da bere, wisky per tutti, carabinieri compresi!”
“Sembra un film. O una storia d’altri tempi.”
“Erano proprio altri tempi…” conferma Antonio.
Guardo la strada. Siamo già a Castel di Sangro.  La Seicento esce dalla fondovalle e imbocca la vecchia statale che attraversa la cittadina sulle rive del Sangro.
“Ehi, Antò, ma dove vai?! Perché sei uscito? Mica è questa la strada?” chiedo, sorpreso.
“Ma come, prima che io arrivassi e ti caricassi, eri lì a pensare al Macerone, alla vecchia statale che attraversava i paesi,  a Vito Taccone il Camoscio d’Abruzzo e tutte quelle belle cose, e ora mi chiedi perché esco qui… ma per fare il Macerone, come ai vecchi tempi, no?!” 
Giusto. Come non dargli ancora ragione? Non era un’idea malvagia. Da ragazzino una volta o due, ho percorso  - con Renato di Monteferrante o Michele la ‘Lavatric’ - quella strada tutta curve e tornanti per andare a Roma. Che tempi, quelli!
Renat’  d’ Mont’frr’nt’, autista  molto easy! Anche troppo.  Si racconta che una signora colledimezzese preferiva viaggiare con lui perché per ingannare il tempo riusciva pure a fare la calzetta durante il viaggio!
“Invece io una volta l’ho fatta con questa, dico con la Seicento, quasi senza freni…”, dice Antonio.
 “Lo so…”
“Come, lo sai? Sai pure che portai un militare?”
“Certo. Domenico Vizioli che era in licenza e doveva tornare a Napoli…”
“Ma sai tutto!” esclama Antonio.
“Certo, le belle storie mi piacciono, te l’ho detto…”
“ E allora raccontala, dài…” m’ incoraggia.
“Beh, Domenico per la verità era alla stazione di Colledimezzo per prendere il treno che andava Castel di Sangro. Da lì doveva poi salire sul treno dello Stato che lo avrebbe riportato a Napoli dove, appunto, faceva  il militare.”
“ Ma per caso io stavo andando a prendermi un caffè.”  dice Antonio.
“Così mentre Domenico andava alla stazione a prendere  il treno con la valigetta, lo incontri tu con questa, la Seicento, dico.  Vedi Domenico e freni, anche se sei senza freni.”
Antonio sorride, divertito.
“Venivo dalla trebbiatura. Da Sant’ Petr’… Avevo voglia di un caffè, come al solito. E stavo andando a Pietraferrazzana, chè a Bomba il caffe non mi piaceva….” precisa.
“Ma non dovevo raccontarla io?” gli chiedo.
“E va  bene, va… ma qualche intervento pure fammelo fare… Uè guarda che è successo a me, dopotutto!” obietta Antonio.
Siamo già alla discesa ripida e densa di curve secche e irregolari. Stiamo scendendo il Macerone.  Chissà se stavolta frena, mi chiedo.
“Frena, frena… non ti preoccupare!” mi riprende Antonio.
 “Dunque, com’era la storia?” mi chiede.
“Era che proponesti a Domenico di accompagnarlo alla stazione di Villa S. Maria.
Il treno l’avrebbe preso da Villa.”
 “Però ci fermammo lo stesso a prendere il caffè a Pietra.”  puntualizza  Antonio.
“E così arrivaste a Villa che il treno era passato da un minuto. Vi rimetteste subito in macchina e partiste a tutta velocità e senza freni per arrivare alla stazione di Quadri prima del treno!”
“Già! Ma anche a Quadri arrivammo giusto un minuto dopo che era partito il treno.” disse Antonio.
“Però una certa precisione l’avevi!” osservo, divertito.
Anche Antonio ride, mentre riduce la marce e gira pressoché in continuazione il grosso manubrio rivestito di pelle rossa, la MS ‘divina’ che gli pende dalle labbra. Le curve del Macerone sembrano non finire mai.
“Dunque non vi rimaneva che correre, si fa per dire, verso Castel di Sangro…”
“Guarda è inutile che te la ridi sotto i baffi, mi misi a correre veramente. Ma la strada mica era quella di ora!”
“…Così arrivaste con il solito minutino di ritardo sul treno.” dico.
“Veramente questa volta una decina.” ammette Antonio.
“Così non ti rimase che portare Domenico a Napoli, davanti alla caserma!”
“Certo, ma la prima cosa che feci quando arrivammo a Napoli sai cosa fu?”
“Ti prendesti un caffè.”
“Ma no. Vedi che non lo sai?”
Lo guardo, sorpreso… difficile che possa aver preso altro.
“…Invece presi una granita!” esclama Antonio.
“Al caffè.” aggiungo.
“Naturale…”
“Insomma, mentre trescavi, dicesti ai tuoi vado a prendere un caffè a Pietraferrazzana e invece sei andato a sbattere a Napoli!” gli dico. 
“Embè?” fa lui. “Un contrattempo anche a quei tempi poteva far perdere del tempo. E meno male che non era maltempo, sennò ci avrei messo ancora più tempo!”
Scoppio a ridere.
“Che ti ridi?” chiede Antonio, sorpreso.
“Hai detto una frase incredibile. Diciamo….al passo con i tempi!”
 “E’ che ho nostalgia di quei tempi!”
“Basta!” esclamo mentre me la rido.
“Dunque tornasti la sera…. Che dicesti a tuo padre Adolfo, e a tua madre Mira, per esempio? Erano senz’altro in pensiero.”
“Dissi loro che mi si erano rotti i freni, no?”
“Per fortuna anche i tuoi erano veramente delle brave persone…e ti credettero?”
“Certo, perché non era vero? L’hai detto anche tu che ero senza  freni!”
Finalmente siamo ai piedi del Macerone. Mi sento quasi male. E’ che l’organismo non è più abituato alle curve e subito arriva il voltastomaco, come ai nostri anziani di  quarant’anni fa che non avevano mai viaggiato in macchina. Una ragazza ci osserva, incuriosita, dal ciglio della strada. Credo sia per la Seicento…  Molto probabilmente, data la giovane età, non ha mai visto nulla di simile. 
“Ah, è vero. Quella ragazzina non ha mai visto una macchina così!” esclama Antonio che deve aver letto anche i pensieri della ragazza.
“E ci craid’!”  dico subito.
“Ehi, che vuliss’ dir’?” esclama Antonio
“Dico che quella era una ragazzina. E una seicento del 1963 deve essere per lei una specie di dinosauro meccanico!”
“Senti, fai poco lo spiritoso… questa macchina ai bei tempi ne ha attirate di ragazze!”
“Sì, come quella volta alle Morge… Al mare, intendo. Con quelle due studentesse universitarie!”
“No!” mi fa Antonio, sorpreso. “Pur  quaest’ sè!”
Mi guarda, incuriosito.
“Te l’ha raccontata il signore che stava con me quel giorno… ah! quelli eran giorni, dice una canzone!”
“Già, me l’ha raccontata Tonin Fascilitt’, il tuo amico, certo. Ma è una storia che sanno tutti.!
“ Tu e Tonin’ Fascilitt’… Vi ho visti parlare la sera delle scorse feste di agosto. C’era pure Natalin’ lu frat’….” mi rivela Antonio.
“Già, stavamo parlando proprio di te, e di questa storia delle due studentesse…ma dimmi, si racconta che tu e Tonino eravate ottimi amici. Facevate lo stesso mestiere, allora. I boscaioli…”
“Certo, come ti ha detto lui quella sera, eravamo molto amici. Siamo stati anche a Roma insieme per cercare lavoro. Come referente avevamo Amedeo di Mont’ferrant’, che si travestì da vigile una sera che tornai a casa e non lo riconobbi! Che mattacchione!... Dunque, dicevo dell’amicizia. E’ una cosa molto bella. E’ un sentimento anche un po’ complicato. Ma una cosa è certa. E’ molto rara, l’amicizia. Per questo di amici se ne hanno sempre pochi. E a volte anche nessuno, lo sai?”
“Non ti sembra di essere un po’ pessimista?” osservo.
“No, per niente. Guarda che sto parlando di amicizia vera… e mettila con la lettera maiuscola, Amicizia Vera… ecco, così, bravo! E non quella dei compagni di bevute e di mangiate…. Ah certo, se ti riferisci a quel tipo di amicizia, allora ne hai cento, dieci e mille!”
“Tu e Tonino lo eravate, amici veri, però…”
“Sì…  uscivamo spesso insieme e stavamo bene. Ci si divertiva insieme. E niente invidie o cose cattive dette alle spalle. Ci si svagava come sempre con poco, mica come adesso, che i giovani hanno tutto e pensano più che altro a bere. E poi succedono cose irreparabili… io bevevo solo caffè!”
“Immagino…”
Un’ultima riduzione di marcia, l’ultimo bivio prima di Venafro.
“Un caffè?” mi propone Antonio.
“Ma non stiamo andando a Napoli per il caffè?”
“E durante il viaggio? Come si fa a fare un viaggio senza il caffè, dico. E’ più importante il caffè della benzina.”
“E’ perché a questa non devi metterla più, la benzina.” osservo. 
“Sient’, Ndò.. ma me la racconti la storia delle due studentesse o no?” chiedo.
“Ok, mentre sorseggiamo un caffè, però…”
“Dunque…”, inizia Antonio. “Eravamo alla spiaggia delle Morge, una domenica di luglio. C’era gente, ma mica tanta come oggi che non si trovano i parcheggi e devi stare lì a passare e ripassare per la strada con la speranza che qualcuno esca!? E poi ti metti nervoso invece di rilassarti.”
“Va bene, lo so, lo sappiamo, ma vai avanti…”
“Due belle ragazze erano sedute sul muraglione del lungomare e leggevano, anzi addirittura studiavano. Allora al mare si aveva anche il tempo e la tranquillità necessarie per studiare, pensa… non come oggi che…”
“Va bon’ Ndò, ma mo arcunt’ sta storj!”
“E… chi furj che tè… Allor…. ci avvicinammo io e Tonino, che per caso passavamo di lì. Io a Tonino gli avevo detto, prima di avvicinarci,  che ci saremmo presentati come due studenti. Io alla Facoltà di Lettere a Chieti e lui a Medicina, sempre a Chieti…”   
Sorrido al  pensiero d’ Nodonij e Tonin’ studenti in Lettere e Medicina.  Come avrei voluto esserci anche io con loro. Al mare, intendo, a quei tempi.
“Hai ragione, erano bei tempi” dice Antonio sempre nel leggermi il pensiero.
“Sci’, ma mò dìcc’ come jett’ a f’nuoij!”
“Sì, dunque…ci avviciniamo e salutiamo educatamente, mica come fanno i giovani oggi che non hanno nessun savoir faire e che….”
“Antò!”
“Ok, vado avanti con la storia…dunque, chiedemmo se per caso fossero due studentesse. Era ben chiaro che lo fossero, ma pà chiappà trascurz’….Così ci dissero  che studiavano entrambe Legge a Roma. Io e Tonino eravamo stati a Roma e ci mettemmo a parlare di Roma. E a un certo punto ci chiesero come mai non fossimo a Roma a studiare… e che magari ci si poteva trasferire.”
“Erano interessate a voi, dunque. Almeno l’impressione era quella.”
“Sì, come puoi immaginare eravamo a dire poco euforici… Una delle ragazze mi chiese come mi trovavo a esami… l’altra chiese a Tonino, che faceva Medicina, se per caso era vero che i futuri medici per fare pratica operavano sui cadaveri. Insomma stavamo addirittura per andare a fare una passeggiata, con due ragazze. Cosa che a quei tempi era una grande conquista, mica come oggi che… va bene, va bene, vado avanti con la storia.”
“No.” lo interrompo. “Stavolta finisco io…”
Antonio scuote il capo al ricordo di quello che accadde in quel momento.
“A un tratto arrivò un camioncino alle vostre spalle. Voi eravate sul marciapiedi pronti per la magica passeggiata. Il camioncino intanto sta accostando vicino a voi. Si ferma di colpo . Dal finestrino si affaccia un tipo con la barba, tutto sudato, i capelli scompigliati. Soprattutto arrabbiato. Lo conoscete benissimo. E’ un vostro cliente. Sì perché voi in quel periodo, i vostri papà, dico, collaboravano. Il cliente vi cerca da tanto tempo. Vi telefona a casa spesso, per ragioni di lavoro, diciamo così…  non crede ai suoi occhi, vedendovi al mare!” 
“Certo.” continua Antonio. E proprio mentre Tonino sta spiegando alla ragazza come   si prende il bisturi per operare un appendicite … lui, quello là di Atessa… ci dice: Antò, Fasciulè…. Ma invece d’ sta a lu bosc’ a fa la leeeegn’ stet a lu mar’… e via una serie di bestemmie. E alla fine ci dice: ma quanda m’ l’ purtaat’ la leeeegn’!!!”
In puro dialetto atessano! Che delizia! Mi sembra quasi di sentirlo. E mi viene da ridere a crepapelle.
“Osservammo le due ragazze che ci stavano squadrando, sorprese. Una di esse sorrise. L’altra invece la prese male. E se ne andarono … “
Un peccato, penso.
“Già… “ mi dice Antonio sottovoce. “Questi sì che lo sono…”
E ride di gusto. Si abbassa i Ray Ban. Il mare luminoso di Napoli quasi ferisce gli occhi. La mole del Maschio Angioino si avvicina sempre più, nascosto dalla lieve foschia di cui cosparsa la città.
Antonio dà un occhiata sotto il cruscotto. E preme sulla cassetta Stereo 8…. Dopo un po’ la voce di Pavarotti scaturisce dagli altoparlanti delle portiere.
“Chist è o paese do soleeeee!”   
  “E d’ lu cafae…” precisa Antonio.
Siamo seduti davanti a un bar di Mergellina. Di fronte a noi l’azzurro denso del mare  si confonde con il cielo terso e luminoso. I richiami degli scugnizzi che giocano sulla spiaggia  sottostante non impediscono di rilassarci all’ombra fresca di una palma. L’odore un po’ aspro della salsedine accompagna gli aromi di caffè e spezie che scaturiscono dal locale dalla facciata colorata di azzurro, alle nostre spalle.
 Accosto la tazzina alle labbra.
Si sta da Dio, penso.
“Sttt” fà Antonio mentre sorseggia con calma il suo caffè.  “Non dire questo! Potrebbe offendersi.”
“Chi si offende?” chiedo sorpreso.
“Dio…no?” mi risponde la voce di Antonio. Ma c’è qualcosa di strano nella sua voce. Mi sembra un pò lontana. Mi giro per vederlo e… non credo ai miei occhi. La Seicento, con sopra Antonio sta salendo lentamente verso il cielo blu limpido di Napoli, come la Citroen di Fantomas!
Faccio in tempo a rispondere al cenno di saluto.
“Saluta le gente di Colledimezzo!” si sente echeggiare nel cielo di Napoli.
“Certo, certo…” rispondo, commosso. “Grazie per il caffè e tutto il resto…”
Rimango seduto da solo. Guardo prima la sedia vuota dove un attimo prima era seduto Antonio. E poi osservo la Seicento che si perde sempre più nell’infinito.
E’ un puntino lontano, ora. Non mi accorgo neppure che mi addormento, nonostante i ripetuti caffè.  Mi sento triste.  Mi sono dimenticato di dirgli che gli è nato il nipotino. E che si chiama Giorgio. Insomma, che lui ora è nonno…
Mi sveglio che è il tramonto. Il sole sembra galleggiare sulla linea dell’orizzonte, chiazzato di sottilissime striature tra l’arancio e il viola. Caspita! E’ meraviglioso, mi dico, come la canzone di Modugno. Antonio dev’essere lì, in mezzo a tutti quei colori. 
 Sul tavolo trovo due biglietti. Uno azzurro e uno bianco. Leggo prima quello bianco.
Ferrovie dello Stato:  ‘Napoli- Colledimezzo’.  Biglietto di andata. 
Leggo quello azzurro.
‘Non essere triste. Come puoi pensare che non sapevo che sono nonno?”      
Antonio.
P.S.
‘E non fare ritardo al treno!”

OMAGGIO AD ANTONIO ALTOBELLI.

CAMILLO CARREA
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