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Storie Colledimezzesi

Il soldato e la bambina

Le case hanno muri di pietra, le vie sono in selciato e appena fuori l’abitato si trasformano in viottoli di terra battuta o in mulattiere ciottolose. Il centro abitato è poco esteso. Orti e campi coltivati sono a poca distanza dalle abitazioni, seppure la maggior parte di essi sono lontani, da raggiungere a piedi o a dorso di animale. Odori (e non solo odori) umani e animali si fondono. Gli animali e la terra significano sostentamento, sopravvivenza. Avere poco significa avere molto, specie in mancanza di esempi di ricchezza evidente e qualche volta volgarmente esibita: fonte, in alcuni casi, di invidie e di  frustrazioni da una parte e di solitudini dall’altra. Ma queste sono cose di decenni dopo: paradossalmente (ma non troppo) quando tutti avranno tutto.  

E’ mattino presto. La gente esce dalle case e si accinge e partire per i campi.  Tutto si svolge lentamente, un rito secolare che si svolge accompagnato da rumori di fondo consueti:  richiami, esclamazioni ad alta voce, cloccare di zoccoli di asini, di giumente  o di muli, e ragli e belati.

Le donne ‘nghi lu star’  n’cocc’ che contiene il pranzo: sagne o pasta e fagioli, per lo più. E l’immancabile bottiglia di vino. Faranno ritorno che è l’imbrunire. Molti risalgono dalla Cost’, provenienti da ‘Lu Frium’ , un paradiso di orti e di frutta, di vigne e di olivi. Oppure scendono dalla Crauc’ ovvero dalla strada che porta a la P’schear, a Font’ Campan’ a Col’ Pentaell’  Tornano ‘ngh l’ crap’ e  l’ pecr’ u  l’asn’ e lu miul  e  la jument’ questi ultimi carichi di lain’  u  di ciaipp’

Alla sera siedono a tavola. Famiglie numerose riunite nelle case ancora gelide del freddo invernale che neppure i camini accesi riescono a alleviare: il fuoco della Cium’near i cui riverberi si riflettono sulle pentole e sui mestoli di rame appesi alle pareti.

Odori di spezie, della poca salumeria rimasta: c’è poco, anzi pochissimo. Sono rimasti solo gli odori.  I tedeschi si sono presi quasi tutto. Cibo e animali. Molti maiali sono finiti nelle loro cucine da campo insieme ai sacchi della farina. E alle le patate, ovviamente. Sono andati via, i tedeschi.  Si sono portati dietro una scia di morti. Uomini e bambini saltati in aria sulle mine. Un uomo era stato inseguito e poi freddato senza pietà,  per rappresaglia, nei campi, e lì lasciato, senza sepoltura, e trovato per caso in una tormenta di neve settimane dopo. Un uomo e un  bambino poi erano saltati in aria. Il bambino su una mina particolare che la dice lunga sulla crudeltà che nelle guerre (ma non solo nelle guerre) trasforma gli esseri umani in mostri. La tecnologia tedesca, rinomata ancora oggi ma fortunatamente per altri scopi (anche se come tutti gli Stati  occidentali oggi continua a produrre e vendere armi. Persino alla derelitta Grecia)  aveva messo a punto delle mine particolari:  giocattoli disseminati lungo le strade e nelle campagne. Entro i giocattoli erano celati  polvere da sparo e il meccanismo mortale che li faceva esplodere.  I tedeschi avevano lasciato i giocattoli letali  lungo il loro cammino a ritroso di esercito sconfitto. Il loro atroce bersaglio  erano dunque i bambini! Oggi che i pedofili imperversano persino in ambienti inconcepibili per i credenti, oggi che si uccidono bambini per nascondere deviazioni sessuali  che dilagano con il web, forse quella cieca crudeltà oggi non ci appare così assurda.  E forse neppure allora lo era, dato che la mortalità infantile era qualcosa che accomunava l’Italia meridionale al terzo mondo attuale, nonostante i proclami del regime che pretendeva di far passare l’Italia per una potenza europea. Allora la realtà italiana specie nel sud era quella che Carlo Levi ci ha raccontato nel famoso romanzo ‘Cristo si è fermato e Eboli’ .

 

In paese erano arrivati gli inglesi qualche giorno dopo che i tedeschi erano andati via, abbandonando il fronte che a Colledimezzo passava, e che partiva dal Tirreno e terminava sull’Adriatico: da Gaeta a  Ortona. I tedeschi l’avevano chiamata Linea Gustav.  

I britannici erano arrivati con i blindati e i camion carichi per lo più dei soldati dei loro ‘dominions’, ovvero  canadesi, indiani (dell’India s’intende) e persino i neozelandesi.

E i Polacchi. Che non erano tra i loro ‘dominions’ ma erano parte integrante dell’esercito inglese. Trentamila uomini impiegati nei vari fronti della guerra. Furono i polacchi a sostare più degli altri a Colledimezzo tra la primavera e l’estate del 1944. Quei soldati avevano una storia penosa alle spalle. La loro patria era stata invasa nel 1939 dai due regimi più feroci della Storia, che in quel frangente erano alleati. Hitler e Stalin si erano accordati per invadere la Polonia e dividersi il suo territorio. L’esercito polacco era stato sopraffatto in meno di una settimana. I resti delle loro forze armate, insieme al governo, erano stati aviotrasportati in Inghilterra prima dell’arrivo del nemico a Varsavia.  

 

Sulla linea Gustav sfondata dagli Alleati  vi era un ultimo caposaldo tedesco che resisteva. L’abbazia di Montecassino.

A nulla servivano gli assalti delle truppe alleate. Centinaia di morti si accumulavano ogni giorno sul ripido pendio dell’imprendibile monte nel tentativo di stanare le poche centinaia di soldati tedeschi asserragliati a difesa. Hitler aveva ordinato loro di resistere, anche se era tutto perduto. Erano ormai isolati: il resto dell’esercito si stava ritirando più a nord. Quegli sventurati  dovevano resistere fino alla morte per dimostrare al mondo che il soldato tedesco è il più coraggioso e non teme la morte.

Follia della guerra e follia di chi le scatena, le guerre.

 

A Colledimezzo intanto il clima era diventato più disteso. Gli uomini non erano più costretti a fuggire per i bombardamenti alleati e non dovevano subire i rastrellamenti e le minacce dei tedeschi, inviperiti ancor di più dal nostro tradimento dell’8 settembre del 1943 (armistizio)

Gli Alleati non requisivano cibo e animali, seppure qualche episodio di disprezzo verso gli uomini del nostro paese non era mancato. Si racconta che a chi chiedeva loro sigarette, gli inglesi rispondevano ridacchiando e distruggendo davanti ai nostri uomini interi pacchetti di sigarette, ma senza darle. Erano andati via anche gli inglesi, a un certo punto. Erano rimasti gli indiani (raccontano che si lavassero nella nostra fontana civica!)

Erano rimasti anche i polacchi. Anzi, dopo che gli indiani erano stati spostati nella zona di Atessa i polacchi erano rimasti soli nel nostro paese. Alloggiavano per la maggior parte nella grande casa ottocentesca che era stata dei medici Vizioli, quella della piazza nel cui pianterreno c’è oggi il bar.

I polacchi erano allegri, nonostante il triste destino della loro gente. Erano per la maggior parte giovani poco al di sopra dei venti anni. Erano gentili e rispettosi della nostra gente. E questo aveva fatto sì che venissero a loro volta apprezzati.  Avevano scoperto che a loro piaceva cantare e ballare e così la nostra gente aveva preso a ‘Mett’ ball’  più spesso del solito. E in queste feste  c’era ovviamente anche chi cantava. I soldati  ballavano la loro Polka e la insegnavano a ballare anche alla nostra gente. Ormai erano considerati come compaesani. Poveri tra i poveri. Il loro comandante era un sergente che aveva poco più di ventitre anni. Si chiamava Walenty .

 

Quella sera era una sera di primavera e il freddo invernale era ormai dimenticato.  Giorni dopo vi sarebbe stato un matrimonio. Si stavano preparando i dolci, nonostante la poca farina rimasta nelle dispense. Era una festa, come sempre quando ci si riuniva per questi lavori che erano delle vere solennità in cui il vicinato e i parenti si riunivano in allegria… Il peggio era passato e non c’era niente di meglio di uno sposalizio per poter dimenticare la guerra.  Quella sera una bambina fu fatta salire su un tavolo e le dissero di cantare. Aveva una bella voce.  

Piuccia cantò come lei sapeva fare e il  sergente Walenty ne restò affascinato. Tanto che la invitò a cantare ancora. Lei, dopo un pò di esitazione  (si vergognava) cantò di nuovo. Alla fine tutti applaudirono e Piuccia divenne rossa per l’imbarazzo, ma si sentiva emozionata e felice come non lo era mai stata.

Nelle sere seguenti Walenty e i suoi soldati, seduti sulle scale della chiesa di S. Rocco, vollero ascoltare Piuccia che cantava le nostre canzoni contadine, affascinati dalla voce di lei. E poi le regalavano cioccolato e caramelle. Piuccia aveva più o meno dieci anni e s’era affezionata a quel soldato gentile col suo viso da ragazzino, che le sorrideva e le diceva con il suo strano accento: ‘Brava Piuccia, sai che tu cantare proprio bene?’.

Una sera di Maggio Piuccia notò che Walenty non sorrideva. Anzi, aveva il viso triste e persino gli occhi lucidi. Tuttavia lui le chiese come sempre di cantare. Alla fine della canzone notò che i soldati non sorridevano. Erano tristi e parlavano accoratamente tra loro, come se qualcosa li tormentasse.

Ma cosa hanno? Non cantava bene? Erano stanchi delle canzoni?

Walenty vide la sorpresa e la delusione disegnata sul viso della bambina e la prese per mano, la fece sedere sugli scalini e le parlò:

“Piuccia, questa sera essere ultima sera che tu cantare per noi.”

La sua voce tremava e i suoi occhi celesti erano umidi di pianto. Cosa mai era successo perché i soldati fossero così tristi che quasi piangevano?

“Perché l’ultima sera? Che succede?” chiese lei con un filo di voce, anche se in cuor suo aveva già capito che i soldati sarebbero andati via. Sentì dentro una profonda tristezza. Mai si era sentita cosi disperata. Stava per piangere, lei pure.  

“Noi domani mattina partiremo per Cassino e…”

Walenty non riuscì a finire la frase. Guardò i suoi soldati seduti sulle scale e poi fissò un punto lontano, pensoso.

Piuccia si sentiva morire. Partivano? Perchè partivano? Non stavano bene a Colledimezzo? Eppure tutti  volevano bene a quei soldati. E anche loro stavano bene in paese. Walenty lo aveva sempre detto che stavano bene a Colledimezzo. Ci fu un lungo momento di silenzio in cui uno dei soldati seduti sulla scalinata di S.Rocco si lasciò andare allo sconforto.

“Piuccia, noi morire tutti.”

Piuccia si voltò di scatto verso il soldato che aveva parlato. Lo guardò, attonita. Ma subito sentì la voce  di Walenty che si rivolgeva al soldato nella sua lingua, con tono molto severo.

“No. Piuccia non ascoltare Gregorz… lui scherzare.”

Quindi l’accarezzò e le diede un bacio sulla fronte.

“Vai a dormire ora. E’ tardi.” le disse a bassa voce e accennando al padre della bambina che era a poca distanza con gli altri uomini del paese.

“Grazie a tutti. A tutti voi di Colledimezzo. Noi come fratelli. Noi non dimenticare.” disse Walenty a alta voce. Gli uomini del paese si mossero e andarono uno per uno a dare la mano ai polacchi. Qualcuno si abbracciò.  Piuccia rimase immobile a guardare Walenty che lentamente saliva le scale dietro ai suoi soldati e s’avviava verso il portone della grande casa. Piuccia non riusciva a muoversi. Era paralizzata dalla tristezza. Dunque era tutto finito. Pianse, finalmente, e a niente servirono le parole di consolazione di suo padre.  Alzò lo sguardo verso il portone e vide Walenty che era ancora sull’uscio e la stava guardando. Lui si mosse e scese di nuovo le scale, venne verso di lei. Aveva nelle mani due pezzi di cioccolata e un dolce.

“Grazie, Piuccia.” le disse solamente. “Tu non smettere di cantare. E fare sempre la brava, va bene?”

Piuccia non rispose che con i singhiozzi. Non riusciva a parlare.

“Non piangere. Forse  un giorno tu venire dove io stare…”

Le diede i pezzi di cioccolata  e il dolce. Le sorrise di nuovo. Risalì le scale senza voltarsi e sparì nel buio.

 

E’ una bella giornata di sole a Montecassino. E’ un maggio caldo e odoroso. Appena scesa dall’autobus l’ha colpita lo stridore delle cicale e il profumo intenso dei tigli. Piuccia è contenta di essere venuta in pellegrinaggio alla grande abbazia. Ne ha  sentito parlare e ha approfittato per venire a visitarla tramite la gita  organizzata da alcuni giovani di Colledimezzo. Ne ha sentito parlare. Anche se non sa di preciso quando e perché ne ha sentito parlare. Sa solo che è bella l’abbazia e non era affatto lontana.  

Cassino….

Piuccia ora è una donna che si può definire ‘anziana’. Il tempo è passato in fretta e i ricordi si sono accumulati uno sull’altro. E accade che il tempo ti porta qualche volta a richiamare alla mente immagini lontane, quelle che sono sotto la catasta dei ricordi. Ma forse questo ricordo era proprio rimasto celato nelle anse più nascoste della sua mente, nonostante lei in quel ricordo fosse stata felice e triste come non le era quasi più capitato.

Scende dall’autobus e subito lo sguardo va a  quell’insegna davanti a lei. Le immagini di quel ricordo lontano e celato tornano a scorrerle improvvisamente come se avessero di colpo acceso un proiettore cinematografico nella sua mente.

Lesse di nuovo l’insegna.

“Cimitero polacco’.

Rivide sé stessa bambina che canta ai piedi della scalinata di S. Rocco e i sorrisi dei soldati, quello di Walenty e della gente del paese, il sorriso di suo padre vicino a lei. Vede Walenty con gli occhi azzurri, lucidi di pianto. E  ancora Walenty che svanisce nel buio, oltre il portone.

E’ una bella giornata di maggio a Montecassino. C’è tanta gente. La stanno chiamando. Piuccia non sente nessuno. E’ immobile e fissa quell’insegna, gli occhi sgranati e il cuore che le martella dentro il petto. Avverte un leggero capogiro. Sente qualcuna delle amiche che le chiede se si sente bene.

Vorrebbe andare nel cimitero, ma ha paura. Ha paura di trovarlo. Eppure qualcosa la spinge ad attraversare quel cancello, percorrere il viale che si apre davanti a lei e che sembra chiamarla.

“Piuccia, che hai?”

Piuccia sembra ridestarsi. Dovrebbe spiegare. Dovrebbe raccontare, ma sente che deve andare a vedere, prima. Deve….

“Sto bene. Non vi preoccupate. Sto bene. Solo che voglio vedere quel cimitero. Non ho mai visto un cimitero di guerra.” dice, mettendoci più calma possibile.  Si avvia, decisa, tra lo stupore delle amiche. Qualcuna la segue, tuttavia. Non si sa mai. Piuccia è impallidita di colpo.    

Davanti a lei centinaia di lapidi, ordinate, biancheggiano al sole. E l’erba che le circonda è lucente così come la grande bandiera bianco e rossa della Polonia che sventola al timido venticello che si è appena alzato, come un segno di saluto. Piuccia si aggira tra le lapidi, il cuore che le batte forte e sembra voler uscire fuori dal petto. Prega di non trovare quel nome. Prega affinchè Walenty

sia a casa sua, in Polonia,  in quello stesso momento, vecchio e immemore ormai di quelle sere lontane. Poi d’un tratto s’irrigidisce. Sente il brivido percorrerle la schiena e le gambe farsi molli.

Il sole sembra oscurarsi e il caldo è diventato una spruzzata d’acqua gelida.

Il marmo le sembra più bianco degli altri che lo seguono e lo precedono. E il nome, quel nome, scritto più grande. WALENTY CZENCZEK

Poi vede il marmo e la scritta liquefarsi con le lacrime che le scendono sulle gote.

“Forse tu venire dove io stare”

Ricorda le parole, le ultime, di Walenty.

Sente la presenza delle amiche alle sue spalle. La guardano allibite.

“Piuccia, ma che ti succede…?”

Ora può raccontare, e le amiche l’ascoltano mentre lei in lacrime racconta. Poi lentamente  s’avvia con loro verso l’uscita, verso il grande viale alberato che la riporta all’abbazia. Si gira un’ultima volta a guardare la tomba. La grande bandiera bianco e rossa sventola forte a un deciso colpo di vento caldo che ora la colpisce e le accarezza il viso come faceva Walenty…

 

Camillo Carrea

 

Post Scriptum

Montecassino. Giugno 2011. Noi motociclisti di ‘Colle in sella’ siamo venuti con le moto a cercare questa storia. Siamo entrati nel cimitero noi pure ansiosi di vedere la tomba di Walenty, il soldato che insieme ai suoi compagni di sventura visse uno spicchio della sua breve vita nel nostro paese, prima di cadere nella lunga e terribile battaglia di Montecassino.

Che l’eternità  abbia accolto te e i tuoi in un mondo migliore di questo, Walenty…

‘Piuccia’ è Piuccia Pietrocola, madre di Fausto Vizioli, di Walter, Rosanna e Nino.

Essa canta ancora, nel Coro parrocchiale di Colledimezzo.